Torna anche quest’anno il nostro diario dedicato alla città che ospita l’Eurovision Song Contest. Aneddoti, curiosità, informazioni e incontri direttamente da Lisbona, la capitale del Portogallo.

Un senso di tristezza sottotraccia. Non si interrompe un’emozione, Alekseev che ha quasi imparato a cantare e riesce a dar corpo a quelle note basse che non gli venivano bene. Continua a non funzionare sugli acuti ma questa voce che si ritrova è quasi nuova. Il braccio teso di Alin nella prima prova della Romania, quella che non era visibile in arena, l’atmosfera dei manichini e Cristina che prende l’acuto su Goodbye, Ari Olafsson che intona come un cantante lirico e Gent che becca delle note della Madonna. E Alekseev. E io che in quel momento dovevo dire: “No, rimango”. O “Grazie, no”. Le emozioni interrotte ti lasciano un senso di frustrazione: nel momento quando senti che una nota, una voce o un sorriso ti stanno per dire qualcosa, quando guardi o ascolti, e una voce, una nota o un sorriso ti stanno per rapire dalla realtà e ti senti sulla soglia di un mondo galleggiante dove non esiste altro che quello che stai sentendo, e vuoi proseguire in questa emozione, e provarla tutta, e oltrepassare la soglia del reale e lasciarti andare, solo lasciarti andare, cullato dalle onde del suono. In quel momento, prima di cominciare, vieni strappato a questa sensazione, per mille motivi contingenti. Perché le emozioni profonde si vivono da soli, concentrati su quello che ti sta succedendo, senza interventi ed interferenze esterne. Questo è il limite più grande. Ed è all’incirca quello che ho sentito stasera quando il piccolo Alekseev ha intonato la seconda strofa della sua canzone, mentre uscivo dalla sala stampa.

Supportare i propri cantanti non vuol dire sostenerli. Qualche volta vuol dire veramente sostenere uno staging improvvisato di bandiere a far da sfondo al palco del programma portoghese Aghora Nos, che oggi ha tenuto una puntata all’Eurovillage. Allora abbiamo chiesto il permesso ai signori della televisione, e ci siamo messi tra le piante di bambù e le sbarre di metallo.

o.

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