Siamo alla vigilia della partenza per Rotterdam, un obiettivo che giunge dopo l’annullamento della scorsa edizione. Una nuova avventura ci aspetta, da vivere accanto ai Måneskin, i quali dovranno affrontare un palcoscenico decisamente diverso da quello di Sanremo.

La “nostra” Brunella Paciulli, già collaboratrice di Eurofestival Italia in diverse occasioni, in un articolo diverso dal solito ci racconta le sue riflessioni ed emozioni di “fan per caso”, in una lettera aperta che certamente troverà affinità con tantissimi altri appassionati.

“Prima dei Måneskin, io ho conosciuto Marlena, che nell’autunno del 2018 mi era sembrata la perfetta personificazione lirica di chi anch’io speravo di veder tornare a casa. Mi affezionai parecchio a quella musa e al modo in cui evocava le mie mestizie, ma dal momento che non sono una che ascolta musica in maniera particolarmente accanita e attiva, all’epoca non mi curai troppo di capire chi cantasse di lei e perché.

Per un bel pezzo, e persino quando in un’altra sortita di radio altrui alle mie orecchie ho rincontrato Marlena, apprezzandone le vesti di presunta compagna in “Morirò da re”, ho del tutto ignorato chi fossero i Måneskin: io li chiamavo “quelli di Marlena”, e nonostante molti intorno a me ne parlassero, avevano un nome troppo difficile da imparare per semplice influenza osmotica. Insomma, gradivo musica e poetica, ma poiché faccio parte della più torpida utenza musicale italiana, per scuotermi Marlena avrebbe dovuto fare qualcosa di decisamente più eclatante…

Quel qualcosa è poi arrivato, e sì, parlo di Sanremo, che per ora può non essere il principale catalizzatore degli spettatori più giovani, ma che, non me ne si voglia se lo dico, continua comunque a rappresentare la massima aspirazione dei musicisti italiani di qualsiasi età, oltre ad essere seguito da una platea molto più eterogenea rispetto ai talent show. Quando dunque ho sentito “I Måneskin a Sanremo”, ho deciso che fosse ora di lasciare meno al caso i miei incontri con Marlena, ed è stato proprio allora che ho imparato, senza più dimenticarlo, il nome “Måneskin”. Significa “Chiaro di luna” ed è la prima (e probabilmente ultima) parola danese di cui adesso sono a conoscenza, scelta dalla bassista Victoria attingendo dalla lingua del paese d’origine.

Sin dalla prima audizione a X-Factor, nel settembre 2017, il gruppo ha però più volte sconfessato la propria mitezza onomastica, presentando anzi pezzi piuttosto movimentati: “Chosen”, il brano pluripremiato con cui attraverso il seguitissimo talent sono diventati noti al grande pubblico, attestò da subito uno stile energico e una vocazione tendenzialmente rock.

All’epoca i quattro erano in parte ancora minorenni, e fa un certo effetto, oggi, rivedere quell’esibizione di fronte a un gruppo di giudici di cui faceva parte anche Fedez, che nel giro di soli tre anni se li sarebbe poi ritrovati avversari a Sanremo, perdendo il primo posto proprio in loro favore. Pur giovanissimi, già allora predavano la scena come i più rapaci dei veterani, sfoggiando il disincanto degli habitué e l’entusiasmo di chi sapeva di piacere; ma soprattutto una marcata personalità propria, virtù piuttosto rara nella maggior parte dei neofiti, per lo più pallidi e stucchevoli imitatori dei big che li hanno preceduti. A forgiarli così schiettamente saranno forse state le genuine vie di Roma, che ai tempi del liceo raccolsero i loro primi sfoghi di artisti di strada ed ex studenti un po’ reietti, delusi da una scuola che a detta loro non avrebbe saputo capirli e ascoltarli abbastanza.

Da allora, la loro ascesa è stata sorprendente: passare in un quinquennio dai marciapiedi della Capitale a Sanremo ha quasi dell’incredibile, considerando anche la verdissima età e l’abbondanza di pari sgomitanti che affolla le reti televisive e i canali online. Nel mezzo di questa fulminante carriera, si staglia come un faro il pezzo più apprezzato e riconosciuto della band. L’ormai celeberrima “Torna a casa” è un appello di una bellezza perfettamente compiuta, perché accorato in ogni dettaglio: dal video al testo lirico e musicale, fino all’interpretazione di Damiano, esprime il tormento della nostalgia con un’intensità tanto viscerale quanto meticolosa e incessante, palesando ogni sfumatura della spasmodica attesa senza mai darsi pace. Si tratta certo di sentimenti molto forti, tanto che riesce un po’ difficile pensare che possano essere scatenati dall’entità piuttosto astratta con cui i Måneskin hanno diplomaticamente chiarito ai fan la natura di Marlena (“Marlena è la personificazione della nostra libertà e creatività”, hanno dichiarato). Più probabilmente il gruppo ha scelto di non esporsi troppo, lasciando a ciascun ascoltatore la possibilità di identificare le proprie personali esperienze nella loro storia. 

Se le rivelazioni su Marlena non hanno generato particolari clamori, a scuotere la platea dei fan ha provveduto di lì a poco l’esibizione a Sanremo. Nonostante i Måneskin avessero già più volte manifestato la loro vocazione a un sound tendenzialmente energico, nessuno si sarebbe mai aspettato l’improvvisa ribellione aggressive rock di “Zitti e Buoni”, men che meno su un palco tradizionalmente conservatore come quello dell’Ariston. Ai primi ascolti è stato molto difficile prestare attenzione al senso del brano: la rabbia di Damiano & co. travolgeva ogni tentativo di meditazione critica, trascinando noi spettatori in un mero esercizio catartico (pur molto utile di questi tempi, ammettiamolo). In realtà il senso c’è, ed è il riscatto da una condizione di miseria (Vestiti sporchi, fra’, di fango/Giallo di siga’ fra le dita) a una nuova vita di successo (Troppe notti stavo chiuso fuori/Mo li prendo a calci ‘sti portoni/Sguardo in alto tipo scalatori). E questa volta non solo il riferimento è dichiaratamente autobiografico, ma insieme alla privacy i ragazzi hanno deciso di sacrificare anche la diplomazia, dedicando la vittoria proprio alla scuola e quei professori da cui si sono sentiti umiliati. Da tutto questo, qualcuno è rimasto deluso, qualcun altro ha solo dovuto superare lo shock iniziale per poi riuscire ad amarli più di prima. Io mi colloco nel mezzo: mi sono piaciuti, ma con riserva. Ho avuto la sensazione che quella forte personalità, che nei giovanissimi è una dote così rara e che fino ad allora li aveva resi eccezionali, abbia subito un’ingerenza esterna un po’ troppo invadente, non necessaria e piuttosto mortificante. Insomma, io da Damiano & co. mi aspettavo i Måneskin, non i Litfiba, se non altro perché i Måneskin sanno fare già benissimo se stessi. Al di là di questo, comunque, la vittoria a Sanremo rappresenta certamente il giusto coronamento di una folgorante ascesa, senza contare il fatto che a detta di alcuni la scelta di un genere così particolare potrebbe essere stata suggerita da una prospettiva eurovisiva. È un’ipotesi che da tifosa sposo e gradisco a priori, e sebbene gli esperti intorno a me continuino a ripetermi che il rock duro a cui sono abituati all’estero sia tutt’altra cosa, a me piace pensare che Marlena possa tornare a casa con l’ESC. Può darsi che vaneggi, può darsi che la mia sia solo l’ingenua speranza di una fan per caso, ma comunque vadano le cose…buon Eurovision, Marlena!

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